Abbandonata per un po' la scuola (causa ferie), posso volgere la mia voracità esistenziale verso le letture, quelle trascurate nell'inverno freddo dei doveri lavorativi.
In questa settimana ho letto i due libri della scrittrice turca Elif Shafak, prima Il palazzo delle pulci e poi, il più famoso La bastarda di Instanbul, il libro che l'ha fatta processare e poi fortunatamente assolvere in un processo intentatole in Turchia per avere offeso il suo Paese, rievocando nel libro il genocidio degli armeni, compiuto dai Turchi all'indomani della I guerra mondiale.
I due romanzi mi sono piaciuti e li ho divorati in poco tempo.
Nel primo Elif racconta del palazzo Bonbon, un condominio abitato da una varia umanità, un aggregato di inquilini dalle storie e dalle psicologie diverse che hanno in comune solo il fatto che il palazzo è oppresso da un insopportabile fetore dovuto , apparentemente, alla spazzatura che sosta nei paraggi ma la cui vera causa si scoprirà solo alla fine. Diciamo che si tratta di una spazzatura voluta da uno degli abitanti del palazzo per una ragione esistenziale-filosofica.
Non è sempre facile seguire le vicende dei molti personaggi del libro e ricostruire un puzzle fatto di tante vicende al limite del reale. La scrittrice è abile nel seguire le orme di tanti altri scrittori che padroneggiano la forma del realismo magico. Ha l'inventiva di un cantastorie e una buona maestria nella caratterizzazione dei personaggi. Agisce spesso sui tasti della facile commozione e sa come fascinare il lettore con belle frasi, intense riflessioni e lampi di accattivante ironia.
Il secondo libro, La bastarda di Instanbul, intreccia la storia di due ragazze, ognuna inquieta a suo modo e per ragioni diverse. Prima le descrive e segue le loro vicende con una sorta di parallelismo biografico di grande effetto, ricalcando i plot narrativi di una soap opera; poi , creata nel lettore la suspence, inizia a collegare mondi, periodi storici, percorsi di famiglia, psicologie e destini fino a riunire le due ragazze in un'unica grande vicenda fatta di tragedie storiche e di incroci famigliari.
Anche in questo romanzo l'abilità della scrittrice è evidente: sa come affascinare un lettore dai gusti non raffinatissimi. Voglio dire che questi due libri, per quanto mi siano piaciuti, mi lasciano dentro sempre qualche interrogativo, perché sono simili a molti altri, perché pigiano troppo sul tasto della commozione , perché caricano personaggi e storie di un surrealismo che affascina e consola ma che, a conti fatti, non aiuta poi molto nella comprensione della realtà.
Anche nei gialli d'impianto classico, alla fine l'ordine infranto dall'omicidio viene ricostruito con l'arresto del colpevole, ma almeno nei gialli siamo di fronte sin da subito a una storia maledetta inventata.
In questi due libri, come in altri dello stesso genere, si arriva alla fine con una storia problematica che si scioglie più o meno positivamente, ma rimane il dubbio che la storia, quella vera vera, sia stata solo edulcorata e disabilitata nei suoi aspetti più cinici dall'intenzione della scrittrice di romanzarla e darla in pasto a un pubblico educato alla e dalla televisione.
Conclusioni
Cent'anni di solitudine di Marquez rimane il romanzo insuperabile nel genere;
Mi è venuta, comunque, la curiosità di saperne di più sul popolo armeno;
Se non avessi paura di viaggiare, Instanbul sarebbe, dopo san Pietroburgo e Mosca, la città che visiterei più volentieri.
Mi pare abbastanza.
Scritto da:
temporalia
alle ore 19:14 |
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libri