In questo blog, il mio, mi sono spesso sentita sola. Come nella vita, la mia. Sarà per questo che, disertarlo, non mi pesa affatto e della mia assenza non mi sento in colpa verso nessuno. Nessuno, oltre me, poteva averlo a cuore. Pochissimi i lettori, abbastanza saltuari e nessuno di loro, credo, risente della mancanza dei miei post.
Sono autoreferenziale quasi sempre. In un vecchio scritto giovanile, annotavo di sentirmi senza finestre di comunicazione con gli altri. Non credo sia cambiato molto da allora. Vivo e parlo soprattutto con me stessa. Di che neanche lo so, certi giorni. Forse mi illudo di parlare, perfino con me stessa. Credo di esserci nata così, con questa barriera di protezione dagli altri, con questo acuto senso di non essere il famigliare di alcuno.
Eppure il mio desiderio di esserlo è sempre stato così forte da spingermi, nei momenti importanti, a fare delle grandi cazzate. Le ho fatte con incoscienza e ingenuità, ritrovandomi a diventare zerbino delle volontà ferre degli altri: di esse ho subito prima il fascino e poi le rovinose conseguenze su di me.
Mi sono sempre sentita brutta, sporca e cattiva. Che gli altri mi scansassero, non mi sono mai meravigliata troppo. Ero senza finestre, appunto e gli altri come potevano capirmi senza uno spiraglio che io aprissi?
Qualcuno mi ha anche dato della superba, perché sembrava chiaro che fossi io a non concedere spazi d'incontro e di affinità. Forse era così, non lo nego. Ero un grumo solido di paure e pudori, scalfirmi non era facile.
Però ero anche cedevole e ho ceduto ai più stronzi degli esseri umani, quegli esseri dotati di naturali capacità di intuire i punti deboli degli " incorruttibili" e di sgretolarli.
Pensavo ( un po' lo penso ancora) che fosse la mia immagine fisica il mio vero e grande difetto: un corpo ingombrante, degli occhi troppo mobili ed espressivi, incapaci di celare alcunché, un corpo strano e straniero ai più, difficile da accettare e difficile da inquadrare.
Potevo modellarlo, sì. Non ci sono riuscita che poche volte e anche oggi il mio corpo mi protegge tenendo lontano gli intrusi; mi avvolge e mi rassicura, consegnandomi a me stessa interamente.
Quando mi sono innamorata ( più e più volte ma davvero solo una volta) è stato un casino, perché mi sono ritrovata ad agire e a sentirmi come una donna di Picasso. A pezzi sparsi. Tronchi di donna. Parzialità. Un intero incompiuto.
Ho amato, allora, secondo il pezzo di moda...ritraendomi spesso in me stessa, perché solo lì ero intera, ero io, ero imperfetta ma c'ero.
Tutto questo sembra essere passato. La mia vita con me mi sembra accettabile e perfino appagante. Non dipendo da nessuno. E nessuno dipende da me. L'essere da sola non è un'infamia. Ho aperto piccole finestre dalle quali mi affaccio agli altri, molto per dovere, più raramente per piacere. Mi concedo anche le attività comuni: un po' di sesso fatto con chi non sa di amarmi ma sa bene come io lo abbia amato e forse ancora lo ami; un po' di amicizie forti e durevoli; un lavoro che mi assorbe; pochi familiari di pregio.
Mi accade ancora di pensare che la vita sia altro e che a questo punto forse non la incontrerò mai.
Ma più spesso penso che la vita non sia definibile e classificabile se non nei sogni.
Penso di vivere quel che mi è stato possibile. Sempre più è vicino il momento in cui mi perdonerò per le cose non fatte e quella me stessa rimasta crisalide.
Questo ho saputo e potuto.
Da quando mia madre è morta, il mondo e la vita sono diventati un'altra cosa da quel che ritenevo.
Prima ero un corpo ancorato da qualche parte, ora mi sento un corpo fluttuante. Quel mio corpo odiato, ostacolo alla vita, è diventato un corpo tra gli altri, di nessuna importanza, di nessuna origine e fine. Mollata, l'amcora, posso andare dove voglio. E , spesso, quel che voglio è stare qui, raggomitolata in me, trovare solidità nei pensieri, leggere un libro e vivere altre vite, darmi al lavoro, aprire un po' di più e lentamente quelle finestre piccole, incontrare per brevi attimi gli altri, e ridere, ridere, ridere degli straordinari paradossi in cui ci ficchiamo noi umani.
Scritto da:
temporalia
alle ore 19:49 |
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categoria:
esistenza