Caro Ministro della Pubblica Istruzione,
non ho alunni stranieri nelle mie classi, ammetto. Forse non conosco bene le problematiche prodotte dalla necessità di fare lezione in un'aula in cui molti sono coloro che, provenendo da un altro Paese, capiscono e padroneggiano poco la nostra lingua.
Insegno, però, da più di 20 anni e ogni volta che incontro per la prima volta una classe sento che ho di fronte degli stranieri, anche se tutti italiani e abitanti come me in quest'angolo di Italia.
Loro sono stranieri a me, adulta in possesso di laurea e parlante una lingua dai connotati lessicali a loro sconosciuti. Loro sono stranieri a me , perché portatori di un'età, di una lingua, di un dialetto, spesso di un gergo a me estraneo. E dietro quella lingua, quel dialetto, quel gergo c'è una cultura e un'identità personale e sociale che condivido solo parzialmente.
Lo sforzo reciproco per comprendersi è assai intenso. Passa del tempo prima di trovare un terreno comune su cui intendersi e a partire dal quale lavorare. E' una fatica, mi creda. Una bella fatica. Bella perché impegna tutti, costringe ad avvicinarsi, a fare piccoli passi verso l'altro, a rinunciare a parti di sé per incontrare l'altro, a negoziare continuamente sui toni, gli approcci, il linguaggio, il modo di essere insieme agli altri. E' pure una fatica in senso stretto, mi creda ancora, perché in un'ora di lezione ci si spreme come un limone per cercare il meglio di ciò che siamo e sappiamo.
Stranieri gli uni agli altri, dunque. Si parte da questo, sempre.
Stranieri e diversi anche.
Nei ragazzi che incontro ogni mattina, nelle diverse classi, non ho mai incontrato degli " eguali", nel senso banale che può capire Lei o che intendono molti.
In ogni ragazzo o ragazza vedo sempre una persona unica e straordinaria. A tutti devo dare attenzione, questo sì. A tutti devo dare la stessa opportunità di apprendere.Ma ad ognuno nel suo modo specifico di essere e di lavorare.
Non devo confonderli. Non devo omogeneizzarli. Non devo considerarli come un uditorio indifferenziato.
Ognuno di loro ha il suo modo di essere, parlare, sedersi, comunicare, imparare, interloquire.
La fatica nasce da qui: dal dovere e dal desiderio di mediare tra contenuti eguali dispensati a tutti e identità che apprendono e assimilano ciascuna a suo modo.
Nel rispetto di ogni modo di essere e imparare.
E' questa la ricchezza umana e professionale insita nell'insegnare, secondo me. Avere la possibilità di incontrare tanti esseri stranieri e diversi che costringono gli insegnanti a mettersi continuamente in gioco come persone e come professionisti.
E' solo questa ricchezza che ci fa andare avanti e attraversare Ministri dalle idee confuse e incompetenti nella materia, Governi di segno diverso, Riforme spesso abortite e mode pedagogico-didattiche.
Ora, glielo dico con sincerità, siamo piuttosto stanchi.
Stanchi di voi politici, stanchi della confusione di decreti e misure con cui pretendete di disciplinarci, stanchi dei vostri slogan urlati in tv, stanchi di tutti quelli che sproloquiano sulla scuola senza mai essere entrati in un'aula a fare lezione. Stanchi della burocrazia cartacea con la quale ci avete sommersi e mortificati. Stanchi delle strumentalizzazioni che fate dei risultati delle varie indagini PISA e OCSE.
Per fortuna, entrando in classe ogni mattina vi dimentico.
mercoledì, 15 ottobre 2008